Rosalba's BLOG
Agosto - Settembre 2006
Storyboard semiserio tra pettegolezzi, riflessioni, fatti strani e altro...
Un particolare ringraziamento al webmaster Giancarlo (detto anche l'"Espertone") che tormento ogni giorno e senza il quale non potreste leggere questo Blog!
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Torino, 18 settembre 2006
Siamo appena tornati dalla Bretagna, abbiamo ancora l'aria sognante e siamo pieni di immagini di menhir sia dentro la testa che davanti agli occhi, compresa l'immagine che mi rimanda il desktop, i menhirs avvolti nella nebbia, catturata il giorno prima della partenza. Ma non possiamo rimanere lì a trastullarci con i ricordi, perché una nuova Lab-avventura è già iniziata. L'avventura cinematografica.
Il tempo è arrivato, e come spesso ci succede, le cose si sono messe in moto quando hanno voluto loro, al di là di qualsiasi nostra programmazione.
Per fortuna il nostro regista è fatalista (pazzo?) almeno quanto noi e si rassegna non solo ai nostri tempi che sfiancherebbero i registi più allenati, ma soprattutto al fato. Del resto, come potremmo combattere il fato? C'è chi ci prova, ma nel migliore dei casi rimedia solo un'ulcera.
Alleandosi al fato invece c'è tutta una serie di vantaggi: si evita il mal di stomaco, si vive rilassati, si lascia decidere a lui. È un po' la filosofia del LabGraal: perché combattere contro gli eventi avversi? Meglio farsi travolgere, cercando di rimanere in piedi.
È quello che deve aver pensato Stefano quando si è trovato l'arena di Susa trasformata in piscina per via delle piogge torrenziali di questi giorni, ed ha dovuto cambiare il copione per evitare che i suoi guerrieri anziché duelli medievali facessero gare di nuoto.
Stefano sta girando un cortometraggio che in una certa misura coinvolge anche noi del Lab, non solo per le musiche ma anche per un nostro cammeo che il regista ha voluto inserire. In fondo anche questo fatto è simbolico: stiamo per intraprendere l'avventura di un intero film imperniato sul LabGraal, ormai è questione di giorni, e questo primo assaggio di set è un anticipo di buon auspicio.
"Claang" è un fantasy incentrato su gare di duello medievale, ma Stefano ha voluto che noi del Lab apportassimo al film un elemento sacro. Le scene che oggi abbiamo girato hanno un valore altamente simbolico. Stefano ci ha coinvolti nella sua idea
e ha voluto che dessimo un nostro contributo anche nella scelta degli oggetti simbolici: il Druido (Giancarlo) accoglie nel centro del cerchio di pietre quattro oggetti preziosi che costituiscono il bene più prezioso dell'umanità, i 4 Doni che secondo la mitologia celtica i Tuatha de Danann hanno regalati agli Ard-Rì, i primi Re d'Irlanda. I 4 Doni arrivano dalle quattro direzioni della Terra, portati dalla sacerdotessa Druida (io) che arriva dal Nord e dai tre Cavalieri del Graal (Luca, Andrea, Gianluca) provenienti dalle altre tre direzioni.
Il Druido, custode degli oggetti che rappresentano l'evoluzione dell'umanità, rimane in attesa che i guerrieri gli riconsegnino "Claang", simbolo di equilibrio e di armonia universale, che è stato trafugato. Questo antefatto darà l'impronta a tutti gli eventi successivi.
Abbiamo già lavorato con Stefano in due intensissime occasioni: la preparazione dello spettacolo teatrale "Nel Segno del Graal", andato in scena al Teatro Regio, e la sua continuazione "I Viandanti del Graal" al Nuovo. Entrambi sono stati lavori massacranti, ma ci hanno dato soddisfazioni raramente pareggiabili, non solo per il tutto esaurito e l'entusiasmo del
pubblico, ma soprattutto per via di quella sensazione di entrare in una "world-line" che la preparazione di uno spettacolo teatrale ti dà. È come partire per un viaggio nello spazio, insieme con gli altri protagonisti e tutto lo staff, in cui ti isoli dal resto del mondo e tutta la tua creatività è indirizzata all'opera che si sta realizzando.
Quando finisce la rappresentazione, dopo l'esaltante sensazione del pubblico entusiasta, passato anche il momento del sollievo nel constatare che tutto è filato liscio, rimani spiazzato per un po', e vedi la stessa espressione anche negli occhi dei tuoi compagni di viaggio.
Questa stessa sensazione noi Labs la proviamo alla fine di ogni concerto, amplificata a dismisura alla fine di ogni tournée. Ma nel caso del teatro è stata ancora diversa e più intensa, forse perché affrontavamo un'esperienza nuova.
Ora, tanto per non farci mai mancare niente, assaggiamo anche l'esperienza del cinema. E già quel poco che ho respirato mi ha entusiasmato enormemente.
È entusiasmante vedere un'opera crescere e formarsi attraverso le immagini. Credo di intuire quello che deve provare un
regista nel vedere le cose immaginate, tradotte in pellicola o in immagini digitali. È una forma di comunicazione e di arte che credo equivalga alla creazione musicale, arte con cui del resto il cinema è intrinsecamente e visceralmente intrecciato.
Stefano questa arte ce l'ha innata. Mi affascina sempre vedere con quanta facilità riesca ad ottenere effetti particolari assecondando le cose e le situazioni che si trova intorno, senza mai forzare gli eventi.
Stefano e la troupe sono arrivati stanchi e provati da giorni e giorni di pioggia incessante che li ha costretti a girare nel fango, fradici fino al midollo. Fino all'ultimo abbiamo temuto che le riprese saltassero per via del maltempo, ma ancora una volta il Fato ci ha aiutato regalandoci un tempo magnifico, imprevisto e insperato.
Sempre lui, il Fato, ha preteso che le scene fossero girate al tramonto e non al mattino come in un primo momento Stefano aveva deciso. In effetti (io lo avevo detto!) le azioni che ci vedevano protagonisti erano perfette per il tramonto, così come si conviene per i riti celtici.
Nonostante tutti gli imprevisti, le avversità, la difficile scelta dei costumi, il copione che Stefano ha dovuto modificare e adattare continuamente agli eventi atmosferici, le fughe dei membri del Lab che (come già ho raccontato sul blog) in
queste occasioni schizzano via da tutte le parti, la difficile vestizione di Giancarlo, le batterie della telecamera improvvisamente scariche e l'impresa titanica di reperire all'ultimo momento cavi elettrici, alla fine come sempre tutto si è messo magicamente in moto e, al di là del risultato (che vedremo solo alla fine), si è creato un momento molto speciale e magico.
Girare quelle scene ad alto contenuto simbolico, in un cerchio megalitico, al tramonto, in abiti medievali, ci ha trasportati di colpo in un altro tempo e in un altro spazio. Noi insieme a tutti coloro che erano lì con noi, regista e assistenti compresi.
Non so se perché poco avvezzi al ruolo di attori, o forse perché non abituati ai tempi tecnici del set (ci si prepara per ore per girare pochi minuti), o magari perché abbiamo fatto davvero un salto dimensionale, sta di fatto che dopo eravamo tutti stravolti, anche se in pratica avevamo l'impressione di non aver fatto quasi nulla.
Il nostro regista sembrava soddisfatto. Di certo è stato un ottimo inizio per questa collaborazione che si sta avviando e che sta per travolgerci tutti.
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Carnac, 4 Settembre 2006
Quando stiamo per lasciare un posto che ci è particolarmente caro, gli ultimi momenti sono tutta una celebrazione. L'amato baruccio, il ristorantino preferito, la nostra casetta bretone,
perfino la bici, compagna di tante escursioni. Salutiamo tutti e tutto, anche le pietre, e mai
come in questo caso il termine è stato più appropriato. Dopo aver visto il rapporto che Eugène ha con i Menhirs non mi sento scema ad abbracciarli.
Stamane Carnac mi ha fatto l'ultimo regalo: un concerto per pianoforte tutto per me eseguito
magistralmente da un pianista sconosciuto, veramente eccezionale. Qui può accadere per caso di ascoltare musicisti fuoriclasse che suonano da soli, per se stessi. Sono stata richiamata dalla musica, sono entrata in un bar deserto dove un uomo al piano eseguiva la Sonata in Si bemolle
minore di Chopin. Suonava il pianoforte in maniera sublime, da brivido. Sorpreso per la mia attenzione, mi ha raccontato che è un autodidatta e che ha sempre suonato solo per sé, ogni volta che gli è capitato di incontrare un pianoforte.
Ma altri regali sono arrivati dai nostri cari amici-fratelli bretoni. Tra questi, un flauto per Giancarlo, un regalo davvero prezioso perché antico, nato da una canna naturale raccolta nel cuore della Bretagna, costruito a mano, con una storia tutta particolare, depositario di chissà quali segreti.
Il tempo sembra prepararsi alla nostra partenza, e mai la Bretagna è stata così magica come oggi, con una insolita nebbia che avvolge i Menhirs e fa sentire in anticipo l'aria di Samain.
Abbiamo salutato i luoghi delle nostre contemplazioni e il Menhir che tanto mi ha aiutato.
Non siamo i soli ad avere i lucicconi agli occhi. Quest'anno abbiamo lasciato un segno particolare, a
giudicare dai regali, dai pensierini, dal nostro baruccio che stasera era aperto solo per noi e dalla mousse au chocolat che Odile ha fatto apposta per me.
Il pomeriggio passato con Céline e i suoi alla Pétite Métairie, la grande cascina sede della comunità, è volato tra progetti, racconti, lavori comuni, con Idefix e Merlin, i suoi cani, che ci tenevano d'occhio sospettosi. Christian ci ha dato preziose e interessanti informazioni sulle sue ricerche inerenti ai siti megalitici bretoni con la promessa di una collaborazione alla nostra rivista.
Abbiamo continuato a lavorare intorno al progetto comune in cui convergeranno gli interessi dei Popoli nativi che la Ecospirituality Foundation sostiene, e che ad ogni incontro diviene sempre più concreto.
Questo nuovo viaggio in Bretagna ha segnato un'altra tappa nel nostro lavoro. I regali che
questa terra ci ha lasciato sono depositati dentro di noi e matureranno nel tempo. Le grandi pietre ci hanno rivelato un altro pezzettino della loro storia e dei loro segreti.
Anche questa volta torniamo a casa con il paniere pieno di eperienze, progetti, idee,
intuizioni. Il nostro lavoro per la difesa delle tradizioni e dei luoghi sacri dei Popoli naturali si accresce di nuovi strumenti.
Qualcuno, nei commenti a questo blog, ha scritto che la rivoluzione vera di questo secolo sarà quella dei Popoli naturali. Lo penso anch'io. Siamo di fronte ad una nuova presa di coscienza, ad un risveglio di consapevolezza dell'identità di quei Popoli che non si riconoscono nelle grandi religioni.
Céline e i suoi ormai parlano chiaramente di Popoli naturali identificandosi in essi, con la chiarezza di chi si colloca in un'area ben precisa. I linguaggi diventano gli stessi.
I nostri amici e fratelli del Camerun, i Nativi del Popolo Bassa, ci scrivono: "Il vostro libro
sui Popoli naturali traccia la storia della spiritualità universale e scrive a lettere d'oro l'avvenire delle nostre credenze. Dopo averlo letto è come se avessimo vissuto con i Nativi del mondo intero."
In mezzo ai Menhirs immersi nella nebbia, mentre ero con Céline e gli altri, pensavo che non ci sono più confini tra le terre dei Popoli naturali. Il travaso è ormai continuo, il processo è
iniziato e andrà avanti in maniera inesorabile. Potrei essere in Australia o in Arizona, o
nell'antica Terra della Rosa. La mia terra è la tua terra, la mia casa è la tua casa, fratello.
Céline e Eugéne me lo hanno detto da sempre: i Menhir appartengono a tutti. Gli aborigeni dicono che la terra non la si possiede perché non appartiene a nessuno. E' lo stesso concetto. Quando i
nostri fratelli si incontreranno nella nostra terra arrivando da tutti i continenti, diremo
loro la stessa cosa: questa Terra è vostra, e di tutti i Popoli naturali.
Il proprietario della Pétite Métairie, nonché fondatore di Menhirs Libres, sembrava essere lì
con noi, la sua presenza aleggiava e ci osservava soddisfatto. Alla fine, il tempo gli ha dato ragione ed è riuscito nel suo intento. Le vecchie cascine non saranno espropriate, i Menhirs, è solo questione di tempo, verranno liberati.
Con l'ironia che solo i Bretoni e gli altri Popoli naturali possiedono, una targa in pietra è stata murata sulla casa di Céline con la scritta: "Ve l'avevo detto che non sarei mai andato via di qui..." Firmato Guy Mary. Morto il 18 settembre 2004 e seppellito tra i Menhirs.
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Carnac, 3 Settembre 2006
In questi ultimi giorni di permanenza in Bretagna gli impegni si moltiplicano e spesso dobbiamo dividerci per riuscire a mantener fede alle promesse.
E' incredibile come questi paesini, in apparenza tranquilli e sonnecchiosi, che a volte sembrano perfino deserti, in realtà nascondano un fermento sociale e culturale che non si ferma mai.
Nell'incontro di oggi siamo venuti a contatto con la realtà dei Cercles Celtiques. Un amico di Carnac, appartenente ad un Cercle Celtique, ci ha invitati ad una festa bretone in un paese del Morbihan e ci ha fatto conoscere il suo gruppo.
I Cercles Celtiques sono gruppi di musica e danza tradizionale, nati anticamente per mantenere viva la tradizione musicale bretone. In pratica, come si conviene nelle tradizioni celtiche, nei momenti bui della tradizione i Druidi e i Bardi locali hanno istituito delle consorterie per mantenere viva, attraverso la musica e la danza, la conoscenza tradizionale.
I nostri amici ci raccontavano la loro grande fatica per mantenere vivi i Cercles Celtiques. Molti di questi sono stati infiltrati da persone che si sono insediate con apparenti intenzioni collaborative, ma sono riuscite a scalzare via i membri anziani e a distruggere i Cerchi. Sempre la stessa storia. Ovunque andiamo incontriamo sempre le stesse forze contrapposte, evoluzione e involuzione. C'è chi lavora per costruire e chi per distruggere.
Ci hanno raccontato che molte persone animate da interessi personali hanno depredato le conoscenze degli anziani per scopi di lucro. I Bretoni sono notoriamente persone generose, gentili, disponibili e ospitali, non trattengono nulla per se stessi. Molti ne hanno
approfittato, con il risultato che molti Cerchi tradiziona
li ora non esistono più; altri sono basati unicamente sullo spettacolo a pagamento, ma hanno perso l'anima.
I Cercles Celtiques che resistono sono formati da persone giovani e anziane, senza differenze generazionali. Tra di loro ci sono anche portatori di handicap (persone "diversamente abili", secondo l'attuale definizione politically correct), che si esibiscono insieme agli altri in
maniera del tutto naturale, come si usa tra i Popoli nativi. Alla pari. Non si nascondono e non diventano un "caso" sociale, come invece succede nella cultura della società maggioritaria.
Abbiamo così potuto accedere ad un altro interessantissimo pezzettino di storia locale, un altro
tassello da aggiungere al mosaico. Ci hanno raccontato la storia dei loro costumi tradizionali, in cui ogni tipo di stoffa e colore ha un preciso significato simbolico. Così come per le danze,
anche i costumi contengono un messaggio riferito all'identità della comunità, si potrebbe dire alla loro "bretonità" di cui vanno giustamente fieri.
I nostri amici hanno però tenuto a fare una distinzione: non tutti i Cerchi sono uguali. Ovvero: ci sono i Cerchi tradizionali e quelli che hanno altri scopi, di solito il potere e il denaro.
Dove c'è l'ambizione, il potere e il denaro, non c'è più posto per il "cuore", ci hanno detto. E il "cuore", per loro, è la Tradizione.
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Carnac, 1 Settembre 2006
Quando sono in viaggio, dopo qualche tempo che manco da casa iniziano ad arrivarmi messaggi di richiamo dai miei gatti, o attraverso i sogni o tramite qualche loro collega locale.
Questa volta il richiamo è massiccio: si sono alleati con i gatti bretoni per fare in modo che non mi dimentichi di loro.
Oltre alla visita quotidiana del gattone nero che abita di fronte a me, e che mi racconta un sacco di cose in bretone, ho potuto fare una vera full-immersion nella vita e nelle abitudini dei gatti locali. I gatti bretoni mi ricordano un po' quelli delle Highlands scozzesi: pelo fittissimo per contrastare il freddo inverno, stazza robusta da gente di mare. E non se la passano proprio niente male, almeno non quelli che ho conosciuto.
Jean-Claude ha placato un po' la mia astinenza da quadrupedi facendomi conoscere la sua famiglia, formata da due umani e SEDICI gatti di ogni colore e dimensione. Simpaticissimi. Tutti, gatti e umani.
I gattoni che abitano lì, in una casetta bretone quasi da fiaba, e in quel delizioso giardino,
fanno una vita da pascià: curati, amati, accuditi e soprattutto, rispettati.
Con tutti i progetti che bollono in pentola avevamo molte cose da dirci, a casa di Jean-Claude. Ma come è facile immaginare, molto spazio della nostra conversazione è stato dedicato agli aneddoti sui rispettivi amici con cui coabitiamo. Con storie veramente esilaranti, che solo chi è entrato in sintonia con la psicologia e l'ironia dei gatti può apprezzare. Come ad esempio
quella del conoscente di Jean-Claude che non ama i gatti, venuto in visita a casa sua insieme ad altri amici, e quando si è congedato, infilandosi il ky-way si è fatto una doccia perché i simpatici gattoni avevano usato il suo cappuccio come WC, individuandolo tra gli altri giacconi. Oppure il fatto che in casa di Jean-Claude tutti i soprammobili, ma proprio tutti, lampade comprese, sono stati saldamente incollati alle superfici, perché quei farabutti non sopportavano che i soprammobili stessero "sopra" i mobili.
I gattoni di Jean-Claude mi hanno studiata approfonditamente e quando hanno deciso che ero ok, o forse che ero proprio la persona che stavano aspettando, mi hanno accordato la loro fiducia e
solo allora mi hanno "passato" i messaggi dei miei gatti in quel modo particolare che solo loro conoscono e che non è possibile tradurre in parole.
Ma in questo viaggio sta succedendo un fatto nuovo: non sono solo i gatti a mandarmi i messaggi nei sogni, ora ci si mettono pure gli uccelli. Ho sempre creduto di avere una sorta di dialogo aperto con loro, ma da un po' di tempo il mio rapporto con il mondo alato si è fatto più intenso. Esattamente dal 9 maggio 2005. (vedere blog).
A volte ho l'impressione di riuscire a dialogare con loro e di riuscire a capirli. E' successo più volte ad esempio che io abbia intercettato una loro richiesta di aiuto e sia riuscita a
salvare alcuni piccoli di passerotto dalle grinfie di qualche gatto assassino. Ogni volta che questo accadeva, successivamente i passeri adulti venivano vicino a me, come a ringraziarmi.
Questa volta mi è accaduto di sognare un uccellino in difficoltà, che mi chiedeva aiuto. Era in fin di vita, sembrava avvelenato. Ho subito telefonato a casa per uno strano presentimento. In effetti dopo poco è stato trovato, davanti alla porta di casa, un passerotto purtroppo ormai morto, per via di una grossa zecca che lo aveva evidentemente avvelenato. Nonostante il mio presentimento, non siamo riusciti ad aiutarlo!
In ogni caso, è una coincidenza davvero incredibile. Gli scettici mi prendano pure per pazza. Questo non cambierà di certo i fatti, che si sono svolti così come li ho raccontati.
In Bretagna però, come si suol dire, "non è tutto oro quello che luccica".
Purtroppo anche qui capita di assistere a scene di vita agonizzante a causa di gente insensibile. Ci è capitato di vedere una pianta in fiamme per un atto vandalico di turisti ubriachi, che per fortuna è stata salvata in extremis perchè ha avuto la fortuna di incontrare noi di SOS Gaia che passavamo di lì al momento giusto.
Purtroppo anche qui, come in tutti i Paesi del mondo, c'è la convinzione che i pesci siano materia inanimata, e si assiste ad ogni angolo al terrificante spettacolo dell'agonia delle aragoste, dei granchi, dei gamberi, di tutti quei poveri pesci il cui destino è unicamente quello di fare una fine allucinante per soddisfare i palati di gente insensibile.
Come in un girone dantesco proviamo a sfuggire ogni sera da questo macabro spettacolo ma la stessa scena è lì che ci aspetta ad ogni passo, e non solo nessuno sembra farci caso, ma anzi, tutti guardano soddifatti quella sofferenza in mostra, come fosse esempio di vita sana e civile.
So che non serve comprare tutte le aragoste agonizzanti e liberarle in mare. L'abbiamo già fatto, ma non risolve il problema. Occorre un salto di mentalità. Un progetto su vasta scala.
A parte le nicchie di persone evolute e civilizzate, che hanno maturato una consapevolezza e hanno preso coscienza del problema, la maggior parte della gente del mondo sembra non accorgersi di questa sofferenza. Esistono molte brave persone, sempre pronte ad aiutare il prossimo, che
per via di una criminale ipnosi collettiva accettano come normale questo stato di cose.
Leggo su Le Monde: "Noi adoriamo i nostri cani e i nostri gatti domestici, ma il nostro atteggiamento verso gli animali in generale dimostra la nostra insensibilità e la nostra complicità passiva davanti alla loro immensa sofferenza". Un articolo di Science Vie porta un titolo categorico: "Gli uccelli hanno un'intelligenza superiore".
Sono certa che ci sarà un tempo in cui non si mangeranno più animali. E in cui non dovremo più assistere quotidianamente a scene macabre e allucinanti. Purtroppo oggi siamo in piena barbarie, e il lavoro da fare è immenso.
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Carnac, 29 Agosto 2006
Carnac non finisce mai di sorprenderci. Quando pensiamo di conoscerne ogni anfratto, dopo tanti anni che frequentiamo il luogo, ecco che scopriamo qualche posto nuovo e magico, lì a portata di mano, che attendeva solo di essere scoperto.
A fianco degli itinerari turistici esistono posti non pubblicizzati e per fortuna non molto frequentati, che hanno una forza e un impatto pazzeschi. Tumulus antichissimi, di natura e
provenienza ignota. File di menhirs e dolmen di cui nessuno ne conosce le origini, i costruttori e le tecniche usate, contrariamente a quanto vogliono farci credere gli impiegati statali del posto con la loro scandalosa opera di disinformazione che con accanimento stanno conducendo capillarmente.
Distribuiscono volantini e depliants in cui spiegano tutto, organizzano tour guidati in cui rivelano tutti i segreti del megalitismo. Patetici. Intere generazioni verranno informate con dati fasulli e riempite di conoscenze assolutamente inventate.
Ho incontrato mamme che spiegavano in buona fede ai loro figli le tecniche con cui sono stati
eretti i megaliti e la necessità delle griglie per preservarli. Ogni volta ho dato loro i dati di cui ero in possesso. Ma è una lotta impari: i ragazzini nati dopo il 1992 non hanno mai visto i Menhirs liberi, e questo è triste e ingiusto; ma è ancora più grave la disinformazione a cui vengono sottopposti.
Al di là delle spiegazioni dei funzionari di regime, che tendono a banalizzare il luogo, il
fascino dei Menhir e dei megaliti di Carnac rimane nonostante tutto intatto. Ci sono posti incantati che sembrano porte dimensionali.
Céline ci ha indicato posti poco frequentati dai turisti, ma di certo frequentati dai "locali", visto che in uno di questi posti incantati abbiamo trovato tracce dei resti di un grande falò.
Con l'atteggiamento adatto, nel silenzio, possono succedere cose sorprendenti. Come l'esperienza che mi è successa con un Menhir che si trova proprio davanti ad un tumulus, il più antico (risale a più di 7.000 anni fa) e meglio conservato dell'intera regione. Tutta la zona è particolare, perfino la piccola crèperie nascosta in mezzo al bosco. E' un luogo che sembra abitato da creature dell'aldilà, frequentato forse dai druidi del posto. Che sia frequentato da qualche comunità locale lo fanno pensare la grande pulizia (non c'è ombra di cartacce o
spazzatura come invece purtroppo accade in molti altri luoghi lì intorno) e i "pegni" che troviamo sul cammino: foulards e oggetti personali lasciati in pegno a qualche divinità del posto, usanza comune nei paesi celtici.
Istintivamente ho appoggiato le mani sul Menhir e ho rivolto un pensiero ad una creatura assistita da SOS Gaia, in difficoltà. Avevo gli occhi aperti, guardavo il Menhir. Dopo poco la
vista si è sfocata naturalmente ed ho guardato attraverso il Menhir come se fosse un quadro 3D. E' a quel punto che è successo "qualcosa" di stranissimo. Il Menhir sembrava una porta di
passaggio verso un'altra dimensione, una serie di volti non umani si sono affacciati curiosi a guardarmi. Non so quanto sia rimasta lì in quella situazione, ma quello che mi porto dentro di quell'esperienza è un senso di pace infinita.
Forse ho solo sognato, ma come dice il nostro amico Eugène Riguidel, i Menhirs inducono ad essere toccati, vogliono comunicarci qualcosa. Provate a mettere le mani su un Menhir, e ad ascoltare quello che ha da dirvi. Potreste rimanere sorpresi.
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Carnac, 28 agosto 2006
I Boys sono partiti. Io e il mio fidanzato storico ci siamo presi ancora qualche giorno di vacanza. Ma sappiamo già che gli impegni ci seguiranno fino all'ultimo: ogni giorno nascono nuove idee e occasioni di incontro.
I nostri amici ci allettano con le galettes per incontrarci e sfruttare il tempo che ci rimane da stare qui. Oggi abbiamo avuto un incontro-fiume con i membri dello staff di Menhirs Libres,
in cui abbiamo messo a punto la continuazione della strategia di lotta. Ormai la nostra intesa trascende la lotta per i Menirs liberi e si parla chiaramente della difesa delle tradizioni dei Popoli naturali.
Il nostro libro, "I Popoli naturali e l'Ecopiritualità", con l'aggiunta del nuovo capitolo sul caso dei Menhir di Carnac, è stato preso da Menhirs Libres come base di lavoro comune per le
prospettive future. Ci siamo intesi sulla necessittà di creare una liaison tra Popoli indigeni che noi sosteniamo, tutti quanti legati dalla comune necessità di difendere le loro tradizioni e i propri luoghi sacri.
Céline e i suoi sono entusiasti all'idea di operare insieme con gli altri Popoli naturali per i comuni obiettivi. Eugène ha addirittura proposto di disegnare sulla vela della sua barca i
simboli dei cinque casi che la Ecospirituality Foundation rappresenta, per poterli esibire nei suoi viaggi.
Jean-Claude, segretario di Menhirs Libres, in una mail che ci ha scritto dopo esserci incontrati, ha così sintetizzato l'incontro: "Siamo contenti e esultanti per questo incontro di Popoli naturali. Grazie per l'occasione che ci date. Parteciperemo attivamente alla costruzione di questo progetto, sotto l'egida della Ecospirituality Foundation."
Come sempre succede in questi incontri, gli aneddoti, i confronti e i racconti si mescolano al lavoro. Ci hanno raccontato, con la tipica mimica esilarante dei bretoni, dei loro recenti incontri-scontri con le autorità e con i media di regime. Ci hanno dato un quadro dei retroscena esistenti dietro alle dichiarazioni degli enti locali e governativi. Inevitabilmente ci siamo
ritrovati a confrontarci sul significato dei nostri reciproci luoghi sacri, sul loro utilizzo terapeutico e spirituale. Ci siamo confrontati sulla terapeutica tradizionale dei Popoli naturali e sui simboli comuni. Con mia grande gioia (ma è stata solo una conferma) ci siamo trovati dalla stessa parte della barricata e con la stessa passione riguardo al problema della tutela degli animali. Quando ho toccato questo tema è stato come rompere una diga, e ora con
Jean-Claude ci scambiamo via mail le foto dei nostri amatissimi gatti. Ringrazio Jean-Claude anche per questa bella immagine in movimento.
Non è stata una sorpresa, basta vedere come sono liberi e rilassati tutti i cani e i gatti che incontriamo qui.
Christian ci ha infine raccontato il grande eco che è seguito al nostro concerto. I nostri CD vanno a ruba, compreso Dreaming, quello meno "celtico". Ormai la nostra musica la incontriamo
dappertutto: è il sottofondo fisso della boutique celtica di Céline, una delle più fornite e frequentate di Bretagna. E' ora anche il sottofondo continuo del nostro baruccio di Carnac, diventato un LabGraal Fans Club.
Inevitabilmente, anche se un po' timidamente, i nostri amici di Menhirs Libres ci chiedono altre performances musicali, in date di nostra scelta. Vedremo. Di certo torneremo, questo è già scritto nel nostro futuro.
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Carnac, 27 agosto 2006
I Tri Yann sono uno dei miei gruppi bretoni preferiti. In scena da circa 25 anni, portano avanti
la bandiera della tradizione musicale e dell'identità bretone. Hanno inciso "La decouverte ou l'ignorance", una canzone toccante e emblematica che dice: "Non conosco la lingua bretone, eppure mi sento Bretone. Di razza pura. Ma che cosa vuol dire essere Bretone? Separatista? Autonomista? Regionalista? Si e no. Diverso"
I Tri Yann si esibivano in concerto l'altra sera nel parco di La Trinité, un paesino qui vicino, e noi non potevamo mancare. Abbiamo così assistito una volta di più alla coesione del popolo bretone che non perde occasione per affermare la sua identità. Il pubblico presente era formato da gente di ogni generazione, e tutti quanti erano uniti dal comune sentire, dalle canzoni tradizionali che tutti conoscevano alla perfezione, dalle bandiere bretoni che sventolavano. Una
manifestazione dell'identità di un Popolo che non esiste. Di una Terra che non c'è.
Una volta ancora, la dimostrazione lampante dell'esistenza dei Nativi europei.
I Bretoni usano la musica e la danza come una bandiera. Molti Popoli naturali, privati delle
loro tradizioni e dei loro luoghi sacri, hanno conservato attraverso la musica e la danza la loro identità. I Bretoni usano le loro tradizioni musicali come manifestazione di appartenenza ad un popolo.
I Fest-Noz sono i loro ritrovi, aperti a tutti per via della naturale ospitalità bretone, ma essenzialmente organizzati per loro. Ogni sabato e domenica, nel corso di tutto l'anno, i Fest-Noz si rincorrono da un paesino all'altro e gli abitanti del posto si radunano per tacito accordo e con il tam tam naturale di chi è abituato a comunicare attraverso la collettività.
L'ultimo Fest-Noz era organizzato in una buissima radura nel cuore del Morbihan: dopo un
percorso tortuoso e deserto, in mezzo alla più completa oscurità e sotto un incredibile cielo stellato, improvvisamente compariva una grande radura illuminata, con diverse centinaia di persone che ballavano in grandi cerchi concentrici. L'allegria pulita, sana, di quelle persone di ogni generazione che ballavano insieme all'unisono, in Italia l'ho vista, molto immodestamente, solo in occasione delle feste organizzate da noi.
Ma i Fest-Noz non sono l'unica occasione di ascoltare eccellente musica bretone: può capitare per strada, o nelle Brasserie, come è successo a noi per caso, dove in una Crépérie di Quiberon abbiamo avuto la fortuna di essere allietati da un duo che con strumenti antichi ha eseguito magistralmente alcune famose canzoni tradizionali del repertorio bretone.
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Carnac, 26 agosto 2006
Luca sta prendendo molto sul serio il lavoro che Stefano gli ha commissionato per la realizzazione del film.
Per le riprese ci fa fare le cose più strane. Ci fa arrampicare sulle rocce e stare in bilico su scogli protesi sul mare, allestisce set cinematografici nei luoghi più impervi, ci fa camminare avanti e indietro correndoci intorno con la telecamera. Noi lo guardiamo come si guarda un pazzo
e tacitamente decidiamo che è più prudente non contraddir
lo. Continuia
mo a farci riprendere in tutti gli anfratti possibili con il sottofondo degli sbuffi di Giancarlo.
Nel mitico scenario della Cote Sauvage, un mix di Nuova Zelanda, Scozia e Irlanda, Giancarlo ha
improvvisato un concerto al flauto per le riprese del film. E' stato un momento magico: il vento portava le note lontano e la gente si fermava ad ascoltare incantata.
Ma anche se la nostra attenzione in questi giorni va alle riprese, non si riesce a fare a meno di avvertire la Terra sotto di noi che manda i suoi messaggi. In certi luoghi, come questo, è
più facile avvertire il richiamo di Gaia, e quando questo avviene, è sconvolgente. Non mi stupisce che molte persone decidano di prendere qui la residenza: è un luogo speciale, si fa amare, dà un senso di benessere.
Secondo la tradizione dei Nativi europei, i templi megalitici sono stati eretti in luoghi particolari, su centri energetici del pianeta. Dove la Terra sprigiona quelli che i Nativi
americani chiamano Vortex, vortici di energia. I Menirs fungerebbero da catalizzatori di tale
energia, pronta per essere usata e indirizzata a scopi terapeutici dai conoscitori della tradizione.
E' quello che fanno coloro che hanno conservato queste conoscenze antiche, come i nostri amici Bretoni e tutte quelle culture autoctone che non si sono lasciate assimilare dalle grandi religioni.
In questi territori c'è un basso tasso di malattie e di mortalità, così come succede in altri luoghi magici del pianeta, a contatto con la cultura megalitica. Sarà un caso?
Anche in Piemonte abbiamo luoghi con le stesse caratteri
stiche, ma c'è ancora un grosso lavoro
da fare per dare un giusto risalto alle tradizioni celtiche del Nord Italia, anche se non hanno niente da invidiare a quelle scozzesi, irlandesi, bretoni.
Ma ci stiamo lavorando.
Intanto, visto che i percorsi del nostro viaggio perpetuo, della nostra eterna ricerca, ci hanno portato ancora una volta qui, ci godiamo il contatto con questa terra magica e dialoghiamo con essa.
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Carnac, 24 agosto 2006
Céline è una donna eccezionale. Riservata, semplice, timida, eppure è l'anima e il perno di tutto il movimento che da 15 anni sta lottando per la difesa del luogo sacro dei Bretoni. Ci racconta che i Menhirs sono sacri e tutto il luogo è magico per la sua gente.
Ci parla della sua tradizione, della necessità di conservare per le generazioni future le conoscenze ricevute dagli Antenati.
Visto con gli occhi della cultura maggioritaria può sembrare incredibile che questa tranquilla signora bretone spenda tutta la sua vita per difendere delle inutili pietre. E che sia seguita da centinaia di persone, intere famiglie di bretoni, dai ragazzi ai membri anziani, con il suo stesso accanimento. E' stata in prigione per questo, ha avuto pesanti sanzioni dallo stato. Due anni fa ha subito il colpo più duro quando è morto Guy Mary, suo marito e conduttore principale
della protesta. Lei sostiene che la sua morte è stata causata dallo stress di tutti questi anni. Eppure neanche allora si è persa d'animo. Ha preso su di sé tutto l'impegno e ha fatto in modo che tutto continuasse come se Guy fosse sempre presente. C'è un modo particolare di affrontare queste perdite, che ho visto solo tra i Popoli naturali. Senza piangersi addosso. Senza la morale di dover esibire il proprio dolore. Ma facendosi forza nella comune identità e con la risata e l'allegria. Con le comuni imprese.
Eugène Riguidel, vice presidente di Menhirs Libres, è un navigatore bretone molto noto in Francia per le sue competizioni sportive ma soprattutto per le sue battaglie. La più recente l'ha condotta a fianco di Greenpeace: ha sbarrato la strada ad una nave americana carica di plutonio nelle acque francesi, e per questo gli hanno sequestrato la barca ed è stato emesso un procedimento contro di lui. Eugène si è ritirato dalle gare nautiche perché sostiene di voler
essere libero, di non essere interessato al denaro e soprattutto di non sopportare i media.
Ci ha raccontato la storia dei siti megalitici vista dalla sua tradizione. Una storia antica, molto precedente ai Celti gallo-romani, in cui i megaliti venivano usati per terapeutica, come riferimento spirituale e per celebrazioni collettive. Ancora oggi vengono usati in questo modo dai popoli indigeni del posto. Eugène ci ha raccontato i suoi metodi terapeutici e ci ha
confidato che i megaliti "si prendono cura di lui". Sono stati eretti in luoghi particolari, siti dove le grandi pietre possono amplificare le forze telluriche e magnetiche della Terra.
E' evidente il legame che esiste tra le tradizioni dei Nativi europei di tutto il continente con quelle dei Nativi di tutto il mondo. E'inevitabile il feeling che si crea, immediato, spontaneo.
Come naufraghi sullo stesso pianeta ostile.
Eugène e Céline si sono entusiasmati per il progetto del film sui Popoli naturali ed hanno accettato di partecipare. L'intervista è stata appassionante, pur se con la pioggia a dirotto.
Ma essere lì con loro tra i Menhirs al tramonto, sotto la pioggia di Bretagna, sentire le loro storie, storie di Nativi che lottano per la sopravvivenza della loro identità, è stato a dir poco magico.
Dopo l'intervista ci siamo riparati dalla pioggia a casa di Céline dove ci ha foraggiati con le sue favolose crèpes e con uno spettacolare "Champagne de Bretagne", ovvero il cidro. Abbiamo cenato insieme nella sua casetta bretone con vista sui Menhirs, parlando dei progetti comuni ed ascoltando i racconti e gli aneddoti della sua lotta. Un momento senza tempo, in un posto senza tempo. Viandanti del Graal che si rinfrancavano nella compagnia reciproca, a contatto con un posto magico, al riparo nella loro fortezza, prima di ripartire per la prosecuzione del cammino.
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Carnac, 23 agosto 2006
Gli echi del concerto continuano. I giornali parlano di noi: "Trionfo del LabGraal", "Il LabGraal scalda la scena", "L'incontestabile trionfo del LabGraal".
Noi ci godiamo questo momento di gloria ma siamo già proiettati sulla realizzazione delle riprese per il film, altro obiettivo di questo viaggio. Il "girato" che stiamo preparando per Stefano, il nostro regista, riflette il nostro modo di viverci la Bretagna. Questo posto induce
a lasciarsi andare ad una piacevole mollezza e a godersi semplicemente l'atmosfera, senza far nulla di particolare. Del resto, ad ogni angolo un richiamo fortissimo induce a fermarsi e ad assaporare la magia del luogo.
In una maniera molto diversa, anche qui, come in Australia, la storia è scritta sulle pietre, sulla terra e sull'acqua... basta fermarsi ad ascoltare... e può capitare di vivere una Visione.
Céline ci ha messi al corrente degli ultimissimi sviluppi ed abbiamo appreso con nostra grande gioia che la battaglia per i Menhirs sta finalmente ottenendo dei risultati. Dopo la prima vittoria del 2002, quando il governo aveva annullato il famigerato progetto, ora le autorità
hanno dichiarato pubblicamente di voler accettare tutte le richieste di Menhirs Libres: innanzi tutto la liberazione dei Menhirs, quindi l'iscrizione del sito all'UNESCO in quanto patrimonio
dell'umanità, e tutta una serie di altri punti come la costruzione di camminamenti pedonali etc. "Tutte le richieste che voi ci avete suggerito", ha detto Céline. Lei è convinta (e un po' lo siamo anche noi) che il nostro aiuto sia stato determinante: l'aver portato il caso ad una visibilità internazionale ha dato una svolta alla situazione. Finchè rimaneva una questione regionale, le chances di vittoria erano pochissime.
Ma Céline è anche convinta che occorra essere "très vigilants" per non cadere in qualche tranello. Il loro movimento ne ha già visti troppi di tranelli. Hanno passato momenti duri, in cui hanno visto persone che si sono lasciate corrompere, e altre schifezze come ne vediamo
succedere in tutte le battaglie che sosteniamo, da quella degli Apache per la loro montagna sacra alle lotte degli aborigeni per i loro diritti spirituali.
Girando per Carnac e parlando con gli abitanti, ho avuto la netta sensazione che davvero stia finalmente cambiando qualcosa. Ora anche i più tiepidi sono convinti che siamo ad un passo dal successo totale. Tutti si sentono parte di questa lotta e come sempre succede in questi casi, ora che le prospettive di vittoria si fanno più concrete, tutti se ne prendono i meriti. Va
benissimo così. Céline e i suoi volevano proprio questo: una insurrezione generale contro un provvedimento ingiusto, non importa a chi vada il merito.
L'esaltazione delle migliaia di persone al nostro concerto non era dovuta solo alla musica,
anche se già questa poteva bastare. Era per la battaglia che stiamo conducendo insieme, e che noi con il concerto catalizzavamo. E' stato un raduno per tutti coloro che lottano per i loro
diritti spirituali e per il loro luogo sacro, un momento speciale in cui si celebrava l'identità di appartenenza. Quello che può essere esaltante per noi è che sia stato scelto proprio il nostro concerto per la loro massima celebrazione dell'anno: infatti quello che si dice a Carnac in questi giorni è che non si è mai vista così tanta gente ad un Fest-Noz, soprattutto gente del posto, più che turisti.
Sarà un'impressione, ma è come se molti avessero ritrovato forza per la propria identità. Lo si
respira nell'aria, nelle danze e nella musica che nascono spontanee ad ogni occasione in qualsiasi angolo del paese. Ballare le danze bretoni per mostrare la propria identità e il
proprio senso di appartenenza.
A posteriori, sentendo i commenti di Céline e degli abitanti, viene da pensare che il nostro concerto sia stato colto come un catalizzatore della battaglia, e che tutti abbiano sentito il forte richiamo a celebrare l'evento. Un elemento in più per dare forza al movimento di liberazione dei Menhir e alla lotta per i diritti spirituali dei Nativi europei.
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Carnac, 21 Agosto 2006
The Day After. Il concerto è passato ma siamo ancora sotto l'effetto psichedelico della sostanza stupefacente endogena che si è scatenata nella nostra testa in quella magica serata.
Noi Labs stiamo ancora galleggiando su una piacevole nuvoletta da cui possiamo vedere il mondo dall'alto, ma devo dire che non siamo i soli: tanto per cominciare, i nostri amici e fans venuti qui apposta per assistere al concerto, il giorno dopo sembravano esaltati e flippati quanto noi.
Ma non solo loro: ci capita di girare per le strade di Carnac e dei vari paesini qui intorno, e di essere fermati da persone con lo sguardo sognante, desiderose di comunicarci la gioia che la nostra musica ha suscitato in loro. Ho come la sensazione che chi ha assistito al nostro concerto sia rimasto in qualche modo scioccato.
Oggi il nostro solito baruccio di Carnac sembrava una succursale del LabGraal Fans Club: grosso manifesto del Lab alla parete, tutti ci volevano offrire da bere. L'eco del concerto si è diffuso rapidamente ed è diventato l'evento dell'estate. Non mi stupisce: non si era mai vista tanta gente ad un Fest-Noz, considerando oltretutto che siamo alla fine della stagione. Un gentile signore bretone, che si è rivelato un giornalista di Ouest France, ci ha fatto
dichiarazioni d'amore imbarazzanti e ci ha comunicato che gli avevamo regalato "almeno due anni di felicità".
Ma anche se ci godiamo finalmente un po' di relax appagandoci di questa atmosfera nordica, non ci dimentichiamo dei tanti progetti che abbiamo in testa in cui questa terra - e questo viaggio - hanno un ruolo importante.
Il film, ad esempio. Stefano, il nostro regista, ci ha affidato degli incarichi ben precisi. Con quel suo modo di fare mite ci ha fatto capire di non azzardarci a tornare a casa senza alcune
riprese fondamentali. Ci sono i menhirs, ci sono i Bretoni, c'è il Lab, abbiamo la telecamera... quale occasione migliore per produrre materiale utile per il nostro film? E così Luca è già all'opera. Lo vediamo fare cose stranissime: correre come un pazzo tra i menhirs con la telecamera accesa, saltellare sulla bici imbracciando la telecamera in preda ad un'improvvisa ispirazione, buttarsi per terra per riprendere qualcosa solo a lui noto.
Nell'intimità di questo mio diario voglio lamentarmi per la fatica che io e Luca dobbiamo fare ogni volta che si tratta di far delle riprese fotografiche o video al LabGraal. Se dobbiamo trovarci per fare qualsiasi cavolata non c'è nessun problema, ma un set video-fotografico è una tragedia. La prima impresa è l'abbigliamento: se non si sta attenti c'è sempre qualcuno a cui scappano la maglietta alla marinara o le scarpe gialle o i calzini spaiati. Risposta alle mie
urla di sdegno: "ma chi vuoi che guardi i calzini?". Poi è il momento di radunarci: altra impresa impossibile. Tutti che scappano da tutte le parti. E siamo solo in cinque! Guai se fossimo la Filarmonica di Vienna... Per il precedente servizio fotografico all'aperto li ho
attirati con un vassoio colmo di tramezzini, altrimenti non sarei riuscita a radunarli. Ultimo scoglio: la posa. Sembra che fare le corna o le boccacce sia una tentazione irresistibile. Ingaggiamo seri professionisti per farci fotografare mentre ci facciamo le corna l'un l'altro. Mentre ero lì con aria ieratica a farmi riprendere tra i menhir dovevo concentrarmi sul pensiero di tutti i parenti morti per evitare di scoppiare a ridere mentre i miei compagni si esibivano nei numeri più comici alle spalle del nostro fotografo. C'è anche chi (non faccio nomi) davanti a una macchina fotografica sente prepotente il bisogno di esibirsi nella performance dell'imitazione del coniglio.
E' successo anche domenica, e c'è voluta tutta la pazienza di Giuseppe (che ci riprendeva con la sua super-accessoriata fotocamera digitale Canon EOS 30D) per sopportarci.
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Carnac, 20 Agosto 2006
Quello che è successo ieri rimarrà per sempre impresso indelebilmente nella memoria storica del LabGraal e nella mia memoria personale.
Potremmo anche andare a suonare al Madison Square Garden, ma niente sarà comparabile in fatto di emozione con quello che abbiamo vissuto ieri sera.
Non ci saremmo mai e poi mai aspettati di trovarci a suonare qui in Bretagna davanti ad un pubblico di parecchie migliaia di persone, completamente in delirio per noi!
E non ad un Fest-Noz qualunque, ma al Fest-Noz organizzato dalla Comunità tradizionale Menhirs Libres, in una grande radura in mezzo ad uno dei più importanti siti megalitici della Bretagna, una manifestazione dedicata alla difesa del luogo sacro dei Bretoni.
Ma è successo di più. E' scoppiato un grande amore tra il Lab e i Bretoni. Sapevamo già che ci amavano, ma non pensavamo COSI' tanto.
Nel pezzo di cornamusa finale, quando ho visto tutte le migliaia di persone (la maggior parte
Bretoni ma non solo: provenivano da ogni parte d'Europa) in piedi a scandire il tempo con le mani all'unisono, che ci fissavano con sguardo fiero e appassionato, confesso che mi sono commossa e ho dovuto ricacciare indietro le lacrime.
E quando ho concluso gridando "Menhirs libres!" e tutti si sono messi a urlare a squarciagola, per un attimo ho creduto che sarebbero tutti corsi ad abbattere le griglie che ingabbiano i menhirs, tanto erano carichi di esaltazione.
In realtà la pelle d'oca mi è venuta da subito, quando abbiamo visto che sul palco sventolava la nostra bandiera delle terre celtiche del Piemonte, insieme a quella bretone. Siamo saliti sul
palco ed abbiamo iniziato con gli ultimi raggi di sole che illuminavano i Menhir e il cielo miracolosamente sereno, con le nuvole di Bretagna che si rincorrevano.
Forse per altri gruppi di musica celtica suonare in Bretagna può sembrare una cosa normale. Per noi no, non è normale. Rappresenta il risultato di lungo percorso di ricerca, iniziato proprio qui; simbolicamente è il glorioso epilogo di un viaggio iniziato tanti anni fa.
La Bretagna, e Carnac in particolare, è stata testimone dei momenti salienti del nostro gruppo e dei passi storici della Ecospirituality Foundation. Questa terra ci ha visti crescere, ci ha ispirato intuizioni musicali e poetiche.
Io e Giancarlo qui in Bretagna, a contatto con le tradizioni locali, abbiamo vissuto eperienze particolari e fondamentali per il nostro cammino.
Fare un concerto qui, e non un normale concerto ma una manifestazione ideologica in favore dei Nativi europei, è stato il coronamento di un sogno.
La giornata era iniziata sotto i peggiori auspici. Mi ha svegliato la pioggia a dirotto che batteva sul lucernario e questa volta non lo trovavo per nulla romantico. Mi ha svegliato del tutto Andrea che batteva furiosamente alla porta per annunciarmi con aria funebre che Antonio (il sound engineer) aveva perso l'aereo. Al ché ho capito che il giorno era iniziato male e sarebbe proseguito tutto in salita.
Per un po' abbiamo cercato di lottare contro la sfiga. Attaccati a due computer e tre cellulari abbiamo cercato aerei che non c'erano e TGV a orari impossibili. Poi ci siamo arresi. Ci siamo detti: sarà quel che sarà, ready fo the storm. E da lì tutto è cambiato. Ha smesso di piovere e contrariamente a tutte le catastrofiche previsioni metereologiche è uscito un sole magnifico; Céline ci ha trovato un ottimo fonico; le nostre extrasistole si sono calmate.
Quando la bagpipe di Luca ha dato il via al concerto ho capito che tutto sarebbe andato nel migliore dei modi: la magia era iniziata.
Non mi sarei però aspettata quello che è successo dopo. Non solo abbiamo avuto l'onore di aprire un Fest-Noz, ma abbiamo condotto la serata in qualità di ospiti principali, con un concerto diviso in due performances di un'ora ciascuna.
Quando abbiamo iniziato la seconda parte con Tri Martolod non potevamo credere ai nostri occhi vedendo i Bretoni in grandi cerchi che danzavano i loro balli tradizionali al suono della nostra musica. Il gruppo Triskel, che ci seguiva anche questa volta, si è inserito naturalmente insieme ai danzatori Bretoni ed ha guidato le danze. Non siamo Bretoni ma ci hanno accettato naturalmente come parte della loro gente, membri della loro comunità.
Al punto che anche la poesia Dreaming, letta da Giancarlo in francese, è stata capita, apprezzata ed applauditissima, nonostante il clima festaiolo del Fest-Noz che solitamente non prevede momenti intimisti.
Anche con i Bretoni, come già con gli aborigeni, si è verificato un gemellaggio spirituale: ci siamo riconosciuti nella stessa esperienza.
E quando, alla fine del concerto, Céline ci ha ringraziati pubblicamente dicendo: "Ringraziamo i nostri amici italiani-Celti" tutti sono scoppiati in grida di esultazione. Avevano capito che eravamo la stessa cosa.
Ieri sera è successo qualcosa che ha coinvolto tutti, sia noi che il pubblico. Qualcosa che probabilmente deve essere ancora capito, ma che ha lasciato in tutti un segno profondo nell'anima.
Dopo il concerto abbiamo scaricato l'adrenalina ballando come pazzi fino all'ultimo, insieme ai nostri amici Bretoni e ai nostri amici, fans e sostenitori arrivati dall'Italia. I nostri clan si sono mescolati naturalmente. Ci siamo calati in un catartico bagno di folla in cui ci siamo sentiti amati e coccolati. Molti hanno sentito l'impulso di dirci semplicemente "Merci".
Mi porterò per sempre nel cuore l'affetto sincero che ci è stato manifestato, un calore vero, un rapporto genuino, semplice, schietto e speciale, così come sono i Bretoni. Così come sono i veri Nativi europei e tutti i Nativi del mondo. Semplici, veri e per questo speciali.
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Carnac, 18 Agosto 2006
"Chez Mary" è la crépérie dove fanno le crépes più buone del mondo. Ieri sera a Carnac, proprio
vicino a "Chez Mary", c'era un mercatino notturno di prodotti bretoni, e alcuni suonatori con organetto e bombarda hanno improvvisato un concerto sotto un portico (pioveva a dirotto), con le loro musiche struggenti, mentre i passanti sotto la pioggia li seguivano con una laridé (una
danza tradizionale collettiva). Tutto ciò è molto bretone e ci fa sentire a casa.
Oggi il tempo, dopo le piogge dei giorni scorsi, sembra cominciare a prepararsi per noi (ma per carità non diciamo niente per scaramanzia!).
Anche noi ci prepariamo: stasera cenetta a casa dei Boys e poi prova generale.
I giornali locali parlano tutti quanti del "concert exceptionel du LabGraal". Su Ouest France, grande foto a colori del Lab. A questo punto dovremo essere davvero exceptionels per rispondere alle aspettative ed evitare che ci tirino dietro qualche menhir... si sa che i bretoni hanno un caratterino piuttosto pepato.
Carnac è un posto molto particolare. Potrei venirci per mille anni senza stancarmi. Per me e Giancarlo è una tappa ricorrente nel nostro peregrinare tra i luoghi e le tradizioni dei Popoli naturali. Un posto dove sostare, ritemprarsi, fare il pieno di cultura nativo-europea, scambiare esperienze con altri Nativi europei che hanno la consapevolezza di non volersi mescolare con la cultura della società maggioritaria.
Per la verità siamo stati parecchi anni senza tornarci, dopo che il governo francese aveva deciso di recintare i menhirs per un progetto scellerato di sfruttamento economico del sito. Ci faceva tristezza vedere imprigionato quel luogo sacro millenario e assistere all'umiliazione dei Nativi di Bretagna che non potevano più accedere al loro massimo luogo spirituale.
Poi un richiamo irresistibile ci ha indotti a ritornare, a non rassegnarci e a tentare di fare qualcosa per non rimanere passivi davanti ad un sopruso.
Siamo tornati a Carnac nel 2002, abbiamo preso contatto con Céline Mary, presidente di Menhirs Libres, l'organizzazione che ha condotto per tutti questi anni la protesta contro il provvedimento, e da allora è stato un crescendo di esperienze a contatto con i nostri fratelli Bretoni.
Non poteva essere diversamente. Era destino che ci intendessimo: parliamo la stessa lingua, viviamo gli stessi problemi, lo stesso disagio verso una società disegnata dalle grandi religioni che tende ad annientare le culture dei popoli autoctoni, anche noi come loro ci sentiamo "différents".
Non so se per vie politiche o per vie sottili, sta di fatto che la nostra liaison ha prodotto un cambiamento radicale di situazione. In coincidenza con la discesa in campo della Ecospirituality Foundation nella lotta per i Menhirs, qualcosa di fondamentale è successo: dopo 12 anni di lotta finalmente il governo francese nel dicembre 2002 ha annullato il progetto tanto discusso.
Ma i Menhirs sono tuttora in gabbia, ed è per questo che la nostra lotta al fianco dei Bretoni continua. "Ce n'est qu'un debut, continue le combat".
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Carnac, 16 Agosto 2006
L'inizio di un viaggio è sempre un momento speciale. Comincia l'avventura, e ci si predispone agli eventi. Chi con rassegnazione, chi con la voglia di buttarvisi a capofitto, a seconda del
carattere. Tra noi del LabGraal ci sono tutte e due le categorie. Io appartengo decisamene alla seconda. Faccio parte di quella schiera di persone che non tornerebbero mai a casa, e quando tornano restano incazzate per una settimana. Altri del Lab, non faccio nomi, quando partono si portano dietro una mattonella di casa loro per ricordo. Non ho mai capito quelli che non vedono l'ora di tornare a casa. Non fosse altro che per l'associazione "ritorno a casa=lavori da sbrigare e centinaia di problemi da risolvere". Come dire: ti sei divertito? e adesso soffri, bastardo.
Non parto mai a cuor leggero. La mia variegata famiglia si premura sempre di lasciarmi qualche cordino emotivo che non mi faccia perdere l'attenzione verso chi lascio temporaneamente. Michelle ad esempio, che di solito si fa gli stracavolacci suoi, non mi ha mollato per due giorni di fila e quando l'ho salutata mi ha guardato con uno sguardo talmente colmo di rimprovero che mi sono sentita una disgraziata.
Partire per la Bretagna, per giunta con la consapevolezza di essere gli attesi ospiti di un Fest-Noz, è a dir poco esaltante.
Negli anni il legame con i nostri amici Bretoni si è fatto sempre più forte. Condividiamo gli stessi intenti, abbiamo lo stesso cuore nativo e lottiamo insieme per la difesa del loro luogo sacro: il sito megalitico di Carnac. Un posto che noi amiamo profondamente e che è stato testimone di tanti nostri momenti particolari e significativi.
Quest'anno, com'era già successo nel 2004, noi del LabGraal saremo gli ospiti principali di un Fest-Noz, un grande onore per noi perché sappiamo che di solito ai Fest-Noz partecipano solo musicisti rigorosamente bretoni.
Suoneremo tra i Menhirs del Kermario e dedicheremo il concerto alla liberazione del sito, recintato dal 1990 per via di un contestatissimo provvedimento governativo.
Un viaggio in Bretagna è sempre un evento che segna e tocca corde sottili. Sono molto legata a questa terra perché ha scandito delle tappe salienti della mia vita e del mio percorso alla ricerca del Graal. Ora succede addirittura l'impensabile: a questo magico itinerario si unisce anche un percorso musicale. Scopriamo con gioia e sorpresa che la Bretagna ama il LabGraal, così come il LabGraal ama la Bretagna. Che cosa si può volere di più?
Le nostre casette bretoni di ardesia, dietro Avenue Des Druides, sono un amore. Il tempo è molto "bretone", il sole e il vento si sono alternati per tutto il giorno a improvvisi scrosci di pioggia che battevano romanticamente sui lucernari delle nostre mansarde. Ora dagli stessi lucernari si intravede un magnifico cielo stellato.
Il "nostro" Fest-Noz di sabato prossimo è pubblicizzato dappertutto, con il nome del LabGraal in primo piano. "Nos Amis Italiens reviennent pour un concert exceptionel !!!" hanno scritto.
C'è aria di attesa. C'è chi si prepara. Sappiamo che il vasto movimento del "LabGraal Fans Club" si sta organizzando e sabato arriveranno da tutte le parti.
"Dans la vallée de Dana on peut entendre les échos... Dans la vallée de Dana des chants de guerre près des tombeau..."
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12 Agosto 2006
Glielo avevamo promesso. Era un patto che avevamo fatto con loro. E siamo riusciti a mantenerlo.
La numerosa famiglia di gatti che noi di SOS Gaia avevamo accolto due anni fa, rifiutandoci di fare quello che tutti consigliavano, ovvero dividerli per darli in adozione, è finalmente una comunità libera.
Erano abbandonati per via di uno sfratto, e per due anni li abbiamo curati e protetti, ma dopo lunghe riflessioni abbiamo deciso che non è giusto privarli della loro libertà anche se sappiamo che per noi inizieranno i patemi d'animo e le ricerche notturne del gatto di turno che non rientrerà per la notte.
Dopo aver costruito per loro una magnifica casetta con giardino, dopo aver fatto tutte le cure e le prevenzioni necessarie,
ora i nostri amici possono finalmente godersi quella libertà che non hanno mai assaporato. Abbiamo costruito per loro una situazione sicura e stabile, ed è giusto che ora siano loro a decidere della loro vita. Saranno liberi di andare e venire come vogliono, avranno cibo e una casa loro, ma soprattutto avranno la libertà.
Oggi, quando noi operatori abbiamo aperto i cancelli, eravamo emozionati più dei gatti. Loro invece sembravano tranquilli, ma con gli occhi pieni di stupore e meraviglia per quel mondo che si stava aprendo a loro.
Un'altra vittoria di SOS Gaia, un'altra bella storia da raccontare.
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11 Agosto 2006
Con Jida, il nostro fratello aborigeno, ci sentiamo e scriviamo ormai quasi quotidianamente. Abbiamo un figlio in comune, il nostro CD Dreaming che abbiamo registrato insieme a Melbourne, e che ora è in vendita anche al Melbourne Museum, oltre che ai bookshop dell'ONU di Ginevra e New York, cosa che ci riempie di orgoglio.
Il messaggio che mi ha scritto oggi non ha bisogno di commenti, e rileggendolo mi viene di nuovo il groppo in gola:
"La nostra musica è il nostro modo speciale di comunicare i nostri diritti umani a tutti quelli che ci controllano e ci dominano. Di comunicare quello in cui crediamo.
Siamo una cosa sola. Insieme siamo speciali, per quello che capiamo, comprendiamo e viviamo insieme.
Ti stiamo ascoltando, ascoltiamo la tua voce, io, la mia famiglia, il mio clan. È un contributo ad una unione, un messaggio che ci lega tutti.
Tu non sarai mai sola, noi non saremo mai soli.
Noi saremo per sempre legati ai vostri cuori e ai vostri spiriti perché apparteniamo alla stessa conoscenza e veniamo dallo stesso posto.
Dobbiamo solo aspettare i risultati della ragione per cui noi siamo qui in questo mondo. Nessuno ci dimenticherà.
La tua gente è la nostra, e noi siamo insieme nella lotta per la nostra libertà. Per la nostra consapevolezza.
Noi siamo con voi e saremo sempre con voi.
Saluta i tutti i fratelli e tutta la tua gente.
Ti voglio bene,
tuo fratello Jida"
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10 Agosto 2006
La performance delle Perseidi si fa attendere, giusto qualche piccola meteora tanto per farci stare con il naso all'insù e ogni tanto gridare "Eccola!"
Ma stare sotto le stelle mi fa venire in mente il nuovo libro di Giancarlo, appunto "Sotto le Stelle", un'antologia delle sue poesie più belle. Molte sono animaliste. Dure, non gratificanti, ma reali. Siamo tutti uguali sotto le stelle, ma chi sa guardare il cielo è più uguale degli altri. E gli animali il cielo lo sanno guardare più degli uomini, almeno quelli a cui è consentito farlo.
Il popolo alato, ad esempio. E' indescrivibile la poesia che trasmettono gli uccelli quando cercano di comunicarti la loro gioia di vivere.
A Ginevra mi è successo un fatto strano, a contatto con il popolo alato. Nella fattispecie, con i piccioni che affollano Rue
de la Paix. Eravamo seduti ad uno dei tanti barucci con dehors, con i piccioni che svolazzavano dappertutto.
Ad un certo punto mi sento toccare un piede. Guardo e vedo un grosso biscotto appoggiato al mio piede destro, con una decina di piccioni intorno che mi guardano. Allora capisco. Sbriciolo il biscotto in piccoli pezzi e loro si avventano gioiosi sulle briciole, chiamando a raccolta anche altri compagni. Sconvolgente, ma non è finita: dopo aver terminato, i piccioni se ne vanno. Dopo poco sento toccare due volte il mio alluce destro. Guardo di nuovo sotto il tavolino e vedo un piccione, forse il capo-clan, che mi osserva: era lui che con il becco mi aveva toccato l'alluce, come a ringraziarmi. Infatti subito dopo se n'è andato contento e soddisfatto.
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9 Agosto 2006
In questa torrida estate ne sto sentendo di tutti i colori, ogni sorta di atrocità viene compiuta verso animali indifesi.
Tra le varie nefandezze assurde compiute dagli uomini, o da chi ha il coraggio di definirsi tale, nei confronti di esseri inermi, spicca la strage dei caprioli. Soprattutto colpiscono le motivazioni per una strage di tale portata.
Quattromila verranno abbattuti solo nell'area piemontese, 50.000 ogni anno vengono abbattuti in tutta Italia. Motivazione? "sono in eccesso".
In eccesso rispetto a cosa, rispetto a chi? Gli appartenenti alla setta dei cacciatori sono già lì pronti, solerti, schierati, con il naso che fuma e la bava alla bocca, a far pulizia etnica e a dare un contributo all'equilibrio dell'ecosistema. Non vedono l'ora di avere una buona motivazione per uccidere.
Si dichiarano disponibili ai "prelievi" di selvaggina. "Prelievo", lo chiamano. Non hanno il coraggio di chiamarlo con il suo vero nome: assassinio, uccisione. Armati di doppietta e di sangue freddo si aggirano per i boschi ad ammazzare creature viventi, sensibili, intelligenti, ognuna di loro con una famiglia e una propria cultura alle spalle.
Lo fanno per il bene della specie: "Se non ci fosse un piano di prelievi, le specie aumenterebbero indebolendo la razza". Queste sono le demenziali motivazioni, questo il pretesto per poter continuare a praticare lo sport preferito, ad assecondare l'impellente bisogno provocato dalla droga preferita: uccidere, uccidere sempre di più.
È di qualche giorno fa la notizia che due serial killer americani hanno fatto a gara a chi uccideva più persone. Hanno poi dichiarato che la loro carriera era iniziata esercitandosi su cani e cavalli.
Ma chi sono veramente i cacciatori? Chi sono questi figuri che si aggirano tra di noi, pronti ad uccidere senza il minimo scrupolo?
E chi è che li protegge? Come è possibile che abbiano così tanto spazio di manovra, in una Italia sostanzialmente contro la caccia, in cui nove cittadini su dieci si sono espressi contro la pratica venatoria? Come si possono accettare certe dichiarazioni dei politici, fatte in questi giorni, aberranti sul piano morale e assolutamente politically incorrect, che difendevano illogicamente i cacciatori e le stragi dei caprioli, contro ogni criterio di buon senso?
Quand'è che i cacciatori troveranno una motivazione valida per sparare anche a noi? Agli operai in esubero, ad esempio. Alle proli troppo numerose. Alle popolazioni di città troppo affollate. O forse ci uccideranno per il bene dell'umanità, per rafforzare la nostra specie.
Siamo tutti in pericolo. Se un cacciatore troverà la giusta motivazione, ucciderà anche noi. E troverà sempre qualche politico pronto a sostenere le sue buone motivazioni.
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Ginevra, 4 Agosto 2006
Organizzare in quattro persone una conferenza in un prestigiosissimo e super-attrezzato salone ONU da 150 posti, per giunta in inglese e francese, con tanto di proiezione di un filmato e con un rinfresco, può sembrare uno sforzo superiore alle proprie forze. Eppure tutto è andato liscio come l'olio.
Le Nazioni Unite ci hanno messo a disposizione la sala, gli inservienti, l'assistente. Il buffet era organizzato in maniera impeccabile dalla Caffetteria dell'ONU. La segreteria del Working Group ha provveduto a dare notizia dell'evento.
Si trattava di un "Side Event" collegato al Working Group. Il tema era "La lotta dei Nativi australiani in difesa delle spoglie degli Antenati".
Abbiamo preso possesso della sala già dal mattino, e all'una eravamo pronti per accogliere il
pubblico. Avevamo un'arma irresistibile: i Sandwich! Sapevamo che gli incontri più gettonati sono quelli con la magica scritta "Sandwich available". Infatti verso l'una meno cinque un certo numero di professioniti stava già guatando con nonchalance il tavolo del buffet, ancora coperto.
Facendo finta di essere molto interessati ai volantini in realtà tenevano d'occhio il tavolo dei panini pronti ad avventarsi sopra.
Quando all'una abbiamo tolto la tovaglia che copriva il buffeti, siamo stati letteralmente
travolti, e all'una e cinque (giuro!) dei 70 panini, 10 bottiglie d'acqua, due caraffe di caffè e vari succhi di frutta non c'era più nemmeno l'ombra.
Per senso di giustizia va detto che tutti coloro che fino all'ultimo hanno seguito con attenzione la conferenza (un nutrito numero) sono stati proprio quelli che non hanno approfittato del buffet.
Al di là dell'aneddoto culinario, la conferenza è andata bene ed ha suscitato interesse e attivato contatti utili. Andando avanti nel nostro lavoro alla difesa delle tradizioni dei Popoli naturali constatiamo quanto siano numerosi i casi di violazione dei diritti religiosi.
Siamo stati contattati da un Popolo nativo della Bolivia per essere aiutati a difendere il loro luogo sacro. Altri ancora si stanno facendo avanti, come riconoscessero l'unicità del nostro operato, rivolto ad un tema apparentemente astratto, ma in realtà fondamentale per la sopravvivenza degli Indigenous Peoples.
Al di là dei nosri obiettivi, perfettamente riusciti, questa ultima giornata del 24esimo Working Group tuttavia si è conclusa con un senso di amarezza per il futuro incerto dell'Assemblea. Ora dovremo aspettare le decisioni degli organismi dell'ONU, lo Human Right Council e poi l'Economic and Social Council. Vedremo che cosa il futuro riserverà agli Indigenous Peoples. E ci regoleremo di conseguenza.
Intanto la Ecospirituality Foundation ha attestato la sua presenza all'ONU non solo con le
declarations, già messe agli atti, ma anche con la sua produzione di libri e cd: da oggi nel bookshop dell'ONU di Ginevra (come già succede a New York), nel settore "Dirittti Umani" c'è un
tavolo espositivo con il libro "I Popoli Naturali e l'Ecopiritualità" in tre lingue e i cd "Dreaming" e "Sacred Land".
Torniamo a casa soddisfatti, coscienti di aver adempiuto al nostro compito. Il passato è tortuoso, il futuro incerto... e il viaggio continua.
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Ginevra, 3 Agosto 2006
I giorni si susseguono convulsi. Quattro giorni sono pochissimi per esaurire tutte le premesse e le prospettive di un'assemblea internazionale così importante.
Ognuno di noi viene qui con il suo pacchetto di aspettative e di progetti da realizzare, di idee per basi di lavoro comune, di target a breve, medio e lungo termine per il lasso di tempo che ci separerà dal prossimo meeting planetario.
Ma non tutto scorre liscio. E' palpabile la preoccupazione per una non più tanto remota sospensione del Working Group. Chi lavora nell'interesse degli Indigenous Peoples sta facendo di tutto perché questa minaccia non si avveri. Sappiamo quanto è stato fatto, soprattutto negli ultimi anni, e quanto ancora resti di fare, quante conquiste ancora ci aspettano, a patto che si continui tutti insieme. Ma i detrattori lavorano anch'essi incessantemente, e c'è il forte presentimento che possano riuscire nella manovra di smantellamento.
Anche nella consueta cerimonia dell'Indigenous Peoples Day non c'era la solita spensieratezza. In molti Nativi si avverte l'indeterminatezza e la confusione che nasce quando non si hanno più chiari i riferimenti di base. C'è chi lavora nell'ombra e chi ingenuamente cade nella trappola dei falsi amici.
Del resto, e lo abbiamo visto con il caso Mount Graham, a volte proprio coloro che a parole sembrano i più attivi, in realtà creano confusione ad arte, per mescolare le carte in modo che non si approdi mai a sostanziali cambiamenti di situazione.
La Carta dei Diritti dei Popoli Indigeni è stata approvata in prima istanza,e anche questo fatto positivo viene usato per dimostrare che il ruolo del Working Group è esaurito. Come se tutti i problemi fosero risolti!
Le persone che in questi anni ci hanno dato un aiuto concreto nel difendere le cause di cui ci siamo fatti carico sembrano aver perso il loro ottimismo e la loro usuale grinta, forse sfiancati da troppi ostacoli.
Ma non è ancora detta l'ultima parola. Il Working Group non è ancora morto. E in ogni caso, morto un ente, se ne fa un altro. Non è importante il nome, è importante riconoscersi sotto la stessa bandiera.
E' una partita planetaria in cui ci sentiamo coinvolti in prima persona, sia come Nativi Europei che in qualità di esponenti delle cinque comunità che rappresentiamo.. Ma nel contempo cerchiamo di usare tutto il tempo che ci resta per sfruttare tutte le opportunità che questa Assemblea, e l'ONU in generale, ci offrono per aiutare i Popoli che ci hanno accordato la loro illimitata fiducia.
Colloqui, interviste, fotocopie e quant'altro.
Domani faremo una conferenza in un salone delle Nazioni Unite, in cui presenteremo in maniera dettagliata i cinque casi emblematici che rappresentiamo.
Come sempre è un turbinio di contatti, acquisizione di dati, diffusione di informazioni, un concentrato di esperienze che vanno poi digerite nel tempo per farle fruttare al meglio.
L'obiettivo è uno solo, sempre quello: l'esperienza dei Popoli naturali deve rimanere viva per essere un esempo per tutta l'umanità.
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Ginevra, 1 Agosto 2006
Primo Agosto, buona Festa di Lugnasad! Detta anticamente anche Shuda Svara. Oggi in tutta la Svizzera si celebra la festa nazionale e questo ci ha dato un attimo di respiro inaspettato nel turbinio del Working Group dell'ONU di Ginevra.
La "Festa dei Cantoni" è molto sentita dagli svizzeri, che per un giorno dimenticano qualsiasi business per dedicarsi solo ai bagordi. Tutti i negozi chiusi e tutti per strada a far casino,
ma un casino contenuto, molto svizzero. Anche i concerti rock qui sono contenuti, li puoi ascoltare bisbigliando cose ai vicini, sicuro che ti sentano.
Pare che non sia un caso che la massima celebrazione della Svizzera cada in concomitanza con una festa celtica. Del resto, le origini celtiche della Svizzera sono note e trapelano dai ritrovamenti di antichi insediamenti e da molti altri fattori culturali.
Io e Giancarlo siamo qui a Ginevra per la sessione ONU dedicata ai Popoli indigeni, la più importante insieme al Forum di New York. Questa inaspettata battuta d'arresto dovuta alla festa nazionale ci ha dato modo di tirare il fiato dopo una giornata di fuoco.
Già il primo giorno siamo riusciti a leggere all'Assemblea mondiale tre delle 5 declarations dei Popoli che rappresentiamo. Cinque sono infatti le Nazioni indigene che hanno dato a me e Giancarlo l'incarico di rappresentarle: gli Apache San Carlos dell'Arizona, i Wamba Wamba
dell'Australia, i Bretoni di Carnac, il popolo Bassa del Camerun, e ora anche la Confederazione Unita del Popolo Taino, i Nativi dei Caraibi. Questi ultimi sono arrabbiatissimi non solo per i loro siti megalitici profanati, ma anche per il film "Pirati dei Carabi" che li dipinge come selvaggi cannibali.
Questi cinque casi, pur se lontanissimi geograficamente tra di loro, hanno in comune la violazione della loro spiritualità, dei loro luoghi sacri e la minaccia alla loro identità. Sono casi emblematici che rivelano molto chiaramente la dicotomia tra la cultura dei Popoli naturali e quella della società maggioritaria disegnata dalle grandi religioni. Casi come la profanazione della montagna sacra degli Apache o dell'altra montagna sacra del Popolo Bassa mostrano tutto il disprezzo che le grandi religioni nutrono per i Popoli naturali. Casi come la recinzione dei
menhir di Carnac o la profanazione delle spoglie degli antenati degli aborigeni mostrano l'arroganza del potere verso le culture minoritarie. Il caso dei Taino ha più risvolti: vengono privati dei loro luoghi sacri e ora anche ridicolizzati da un film di cassetta. Oltre il danno anche le beffe.
Leggendo la declaration della Apache Survival Coalition mi sono soffermata volutamente, scandendo bene le parole e alzando ancora di più la voce, sulla frase: "il direttore della Specola Vaticana, padre Coyne, ha affermato che l'insistenza degli Apache nel difendere la loro montagna è un tipo di religiosità che deve essere soppressa con ogni forza". Sapevo di essere ascoltata da esponenti del Vaticano e da quei rappresentanti nativi che credono di poter unire
la loro religione a quella cristiana. Questi ultimi forse sono in buona fede, forse sono solo degli ingenui, ma di certo non aiutano la causa dei nativi.
Giancarlo ha suscitato molto interesse con il caso del Camerun. Non succede spesso di vedere un bianco che parla in nome di un popolo africano, e mentre leggeva, in aula non volava una mosca.
Riuscire a leggere tre declaration è stato un traguardo insperato: solitamente, a causa dell'elevato numero dei partecipanti (più di 1.200 tra rappresentanti Nativi e dei governi di tutto il mondo) non fanno parlare più di una volta per ogni organizzazione. Siamo riusciti a piazzare tre interventi e poco dopo hanno chiuso la speaker list per la troppa affluenza.
Ora vedremo che cosa potremo ancora ottenere per dare visibilità ai due casi restanti, i Taino e i Bretoni.
In generale, l'aria che tira non promette niente di buono. C'è chi trama per far chiudere il Working Group, c'è chi manovra per non far arrivare la Carta dei Diritti dei Popoli Indigeni (finalmente approvata in prima battuta dal Consiglio per i Diritti Umani) all'approvazione finale, c'è addirittura il pericolo che chiudano definitivamente il Consiglio stesso. La
Commissione per i Diritti Umani era il vanto dell'ONU, eppure le lotte intestine erano riuscite a farla sopprimere. I sostenitori sono riusciti a farla rinascere con un altro nome, il Consiglio per i Diritti Umani, ma ora è minacciata anche la sopravvivenza di quest'ultimo.
Le solite due forze contrapposte, evoluzione e involuzione, lavorano incessantemente. Ne abbiamo un esempio proprio nell'Assemblea dei Popoli indigeni: c'è chi lavora contro, chi si erge a paladino, chi ingenuamente si fa fregare. L'ONU costituisce un prezioso ente morale e una ineguagliabile tribuna internazionale per quelle realtà che non hanno voce né visibilità.
Mi viene da pensare che questo accanimento nel voler distruggere questa Assemblea si stia intensificando in maniera direttamente proporzionale alla maturazione collettiva dell'identità planetaria dei Popoli naturali.
La lotta per la sopravvivenza dei Popoli nativi e delle loro tradizioni è appena cominciata. E noi siamo qui, pronti a combattere.
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